La straordinaria forza delle abitudini

Singoli individui e aziende hanno una cosa in comune: gran parte delle loro azioni sono la conseguenza di abitudini, ossia tendenze a ripetere i medesimi comportamenti acquisiti con la frequente ripetizione degli stessi. Le abitudini sono fondamentali per la nostra vita ma alcune di esse non sono funzionali, alcune addirittura nocive. Dunque come possiamo liberarci delle abitudini che ci fanno male?


L'importanza delle abitudini è nota sin dai tempi di Aristotele che a tal proposito diceva "L’abitudine è in qualche modo simile alla natura, giacché spesso e sempre sono vicini; la natura è di ciò che è sempre, l’abitudine di ciò che è spesso". Nei tempi moderni, tra gli studi più importanti sul tema, dobbiamo ricordare quelli svolti dallo psicologo e filosofo William James che nel 1887 pubblicò l'articolo "Le leggi dell'abitudine" arrivando a dichiarare qualche anno dopo che "tutta la nostra vita, in quanto ha una forma definita, è soltanto una massa di abitudini pratiche". Se dunque lo studio delle abitudini accompagna l'uomo sin dall'antica Grecia, è solo negli ultimi vent'anni che abbiamo iniziato a capire veramente come funzionano le abitudini ma, soprattutto, come possono essere cambiate.

Sono molti gli esempi di attività ripetitive che diventano abitudini: rifare il letto prima di andare in ufficio, una particolare manovra per uscire dal garage, fare la doccia la mattina appena svegli, mettere il cellulare in carica prima di andare a dormire e così via. Personalmente dall'inizio della pandemia la prima cosa che faccio appena torno a casa, ancor prima di togliermi la giacca, è lavarmi le mani, ormai lo faccio in "automatico". Non sto utilizzando questa parola per caso.

Ma come funzionano le abitudini e come possono essere cambiate se ci creano dei problemi? Ce lo spiega un interessante libro dello psicologo Charles Duhigg "Il potere delle abitudini" che individua tre momenti fondamentali dell'abitudine:


1) il segnale ovvero l'input che dice al cervello di entrare in modalità automatica;

2) la routine ossia l'azione, comportamento o lo stato d'animo attivato;

3) la gratificazione relativa alla soddisfazione del bisogno che vogliamo appagare.


Per spiegarmi meglio userò come esempio la mia abitudine di lavarmi le mani appena entro in casa. In questo caso il segnale che comunica al mio cervello di attivare l'azione è l'atto di varcare l'uscio di casa, la routine che viene attivata è il lavaggio delle mani al fine di sentirle igienizzate e profumate (gratificazione) per appagare il mio bisogno di pulizia/salute.

Quelle di cui abbiamo parlato sono abitudini sane o funzionali allo svolgimento della nostra vita quotidiana, ma cosa fare se vogliamo cambiare un'abitudine nociva? Un esempio aiuterà a comprendere meglio.

Luca è spesso in smart working. Poiché da quando lavora da casa non riesce più a fare la pausa caffè e a distrarsi con i colleghi, ha iniziato a fare delle pause mangiando spesso. Questo nuovo comportamento che risponde al bisogno di staccare la mente dall'attività lavorativa, lo ha portato ad aumentare di peso aggravando una situazione già non ottimale. Questa è un'abitudine che può essere definita come nociva, ossia non recante un beneficio all'individuo. Cosa possiamo fare, dunque, per aiutare Luca a cambiare questa situazione?

Ecco che ci viene in soccorso la regola d'oro: individuare il segnale che fa scattare il bisogno e successivamente pensare ad una routine sana da sostituire a quella che vogliamo eliminare, sempre tenendo a mente il bisogno che ci spinge a compiere la routine nociva. Quindi non dobbiamo sopprimere il bisogno ma cambiare la strada con la quale arriviamo alla sua gratificazione.

Abbiamo detto che, per prima cosa, non bisogna agire sul bisogno, nell'esempio di Luca "fare una pausa", ma sull'azione. Quindi la strada non è smettere di fare le pause o di ridurne il numero ma cambiare "il cosa si fa" durante la pausa. Una volta capito il nostro bisogno dovremo prestare attenzione al segnale, ossia cosa fa scattare in Luca la voglia di andare in cucina. Potrebbe essere un senso di stanchezza o di noia. Individuare il segnale è importante per avere la consapevolezza che a breve il nostro cervello ci chiederà di attivare l'azione nociva ovvero aprire il frigorifero. Ora che Luca, consapevolmente, sa che si sta dirigendo in cucina non perché affamato ma perché stanco o annoiato, può sostituire la routine nociva (mangiare di tutto) con quella sana (10 flessioni) ottenendo comunque la sua gratificazione (essersi distratto dal lavoro) appagando il suo bisogno (fare una pausa).


Cambiare un'abitudine non è facile, ma sicuramente è possibile farlo: non siamo destinati a subirla passivamente! E tu sei pronto a modificare la tua piccola abitudine negativa per ottenere grandi risultati?

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